Non preoccupartene

In chiusura di questo 2025, quarto di secolo, sentivo il bisogno quasi fisico di mettere per iscritto qualche parola di riflessione, una sorta di epilogo personale, legato a una delle lezioni più importanti che ho imparato lungo questi dodici mesi così densi. Perché vedete, anche senza addentrarmi nei dettagli, quest’anno è stato simultaneamente il più interessante, il più intenso e, contro ogni previsione, il più divertente della mia vita. Ho attraversato estremi su estremi, come se la mia esperienza avesse calcato una linea sottile tra caos e meraviglia, tra cadute a capofitto e risalite luminose.

Ho iniziato l’anno lavorando in proprio, sospinto da mille vicissitudini che avrebbero potuto distruggermi e che invece mi hanno plasmato. Ho terminato l’anno in un’azienda immensa, colossale quasi, che in pochi mesi mi ha insegnato più di quanto avrei potuto apprendere da solo in anni di tentativi, e mi ha circondato di persone incredibili. Sono partito dentro una relazione considerata da tutti, persino da me, ormai storica, poi chiusa con la violenza improvvisa di una porta sbattuta dal vento. Eppure, nel suo vuoto, si sono riversate così tante persone nuove, così tanti cerchi sociali in cui sono entrato quasi per magia, e così tante esperienze, interessi, attenzioni, affetto gratuito e inaspettato, che a saperlo prima sarei dovuto tornare single molto, molto prima. Ho ricominciato a dipingere, e quanto ho dipinto! Pennellate come respiri, colori come confessioni, e soggetti a ritrarre impossibili esperienze che nessuna parola potrà mai descrivere con precisione. Ho viaggiato, ho fatto avventura, ho collezionato momenti come fossero perle preziose da infilare una a una in una collana troppo breve per contenerle tutte. Ho osservato uccellini zampettare con l’innocenza di chi non sa di essere un simbolo di pace, ho amato tramonti estivi in buona compagnia che sembravano disegnati apposta per noi. Ho esplorato luoghi dimenticati da Dio, ho flirtato all’estero con ragazze che non rivedrò mai più, e va bene così. Ho accumulato così tante storie da raccontare, così tanti episodi al limite del surreale, che se decidessi di farne un film riempirei due ore intere di materiale, e probabilmente non sarei nemmeno arrivato a giugno.

Ho iniziato l’anno con l’ansia soffocante di non sapere chi sarei diventato, e l’ho chiuso trovando, con una chiarezza quasi disarmante, chi sono.

E ho vissuto. Cavolo se ho vissuto. Mi sono sentito vivo come non mi era mai capitato prima. E’ stato un anno incredibile: alti e bassi, certamente, tempeste e quiete, ma nel complesso posso dire, senza tremare, che è stato il miglior anno della mia vita finora.

La lezione più importante che ho imparato è sorprendentemente semplice, quasi crudele nella sua verità: davvero non ha importanza. Tutto ciò che oggi ci sembra vitale, imprescindibile, determinante per la nostra identità… alla fine dei giochi evapora. Moriamo tutti soli e poveri, spogliati di ogni orpello, privati di quel superfluo che ora difendiamo con le unghie come se potesse salvarci. E allora perché non divertirci? Perché non spremere ogni secondo con la ferocia di chi sa che l’eternità non è garantita? Perché continuare a vivere trattenendo il respiro, come se qualcuno ci stesse giudicando da un balcone invisibile?

E sia chiaro: non parlo di edonismo sfrenato, di quel vortice cieco che consuma e alla lunga svuota. No. Parlo della capacità rara, quasi rivoluzionaria in quest’epoca, di trovare gioia in tutto, perfino nei dettagli più piccoli e apparentemente insignificanti. Parlo della magia nascosta nella tratta del mattino verso l’ufficio, quando la città si sveglia e tu, per un momento, ti senti parte di un ingranaggio immenso e vivo. Parlo del cielo stellato, che si concede imbarazzato solo a chi ha ancora la forza di sollevare lo sguardo dopo una giornata pesante. Parlo di un caffè offerto senza motivo, un gesto minuscolo che però ti rimette in asse con il mondo. Parlo della bellezza incredibile di una collega che ti passa accanto e, per un attimo, fa sembrare più leggero tutto il resto. Parlo anche della dolcezza nella routine, quella che spesso snobbiamo: pulire i piatti mentre la mente vaga, fare benzina con la musica alta e le finestre spalancate, sistemare casa mentre fuori piove. Piccoli riti che non ti cambiano la vita, ma certamente te la tengono insieme. E poi, certo, parlo anche delle follie: quelle improvvisate, quelle che ti vengono in mente all’improvviso e ti portano a fare quattrocento chilometri in mezza giornata solo per noia, solo per vedere un pezzo di mondo diverso dal solito, solo per ricordati che puoi farlo. Che sei libero. Che sei vivo.

Tutto questo, il grande e il minuscolo, il quotidiano e il folle, ha valore solo se smetti di appesantirlo con la paura di sbagliare, con l’ansia di apparire, con la mania di controllare tutto ciò che, per sua natura, non è controllabile.

Il resto?
Non ha importanza.
E non ne avrà mai.

Perché, in fondo, la vita è un gioco: vince chi si è divertito di più. Non chi ha avuto la strada più semplice, non chi ha collezionato più medaglie, ma chi ha danzato tra le macerie con un sorriso storto, chi ha trasformato il caos in un palco e ci ha recitato sopra senza paura di stonare. Ecco, l’unico modo per divertirsi davvero, per godersi ogni singolo istante, è smettere di interessarsi del superfluo. Smettere di inginocchiarsi davanti a ciò che non merita né il nostro tempo né tantomeno la nostra pace. Non ha importanza. Lascia andare. Lascia andare tutto ciò che ti appesantisce come fosse un mantello bagnato in piena tempesta.

Perché dovresti guardare disperatamente chi ha guardato le tue storie su Instagram, come un cane fedele che aspetta un cenno dal padrone che non arriverà? Perché dovresti controllare ossessivamente se quella o quell’altra persona ha smesso di seguirti, come se un gesto fatto con il pollice potesse davvero definire il tuo valore? Perché dovrebbe importarti se un’uscita non è andata come speravi, se qualcuno non ti ha richiamato, se un appuntamento si è dissolto come nebbia all’alba? Quante volte hai perso il sonno per un messaggio lasciato in “visualizzato” che, col senno di poi, non avrebbe cambiato nulla neanche se fosse stato un poema?

Smettila di pensare. Smettila di farti trainare dalla paura dell’incertezza. Cosa temi, il giudizio degli altri? A nessuno interessa: siamo tutti così dannatamente impietriti dall’incertezza e dal superfluo che nemmeno notiamo davvero la presenza altrui.

Perché dovrebbe ferirti il rifiuto di un lavoro, quando esistono strade che neanche immagini ancora, porte che si aprono quando smetti di bussare, possibilità che si rivelano solo a chi continua a camminare invece di fissare la maniglia chiusa? Perché lasciare che un “no” ti scavi dentro, quando la vita è piena di deviazioni che portano allo stesso panorama, e talvolta ad uno ancora più bello?

E perché dovrebbe lacerarti l’assenza di una persona che ha scelto di uscire dal tuo mondo come un fantasma soddisfatto della propria apparizione? Se se ne è andata, è solo perché la sua lezione era terminata: un insegnamento consegnato con la puntualità implacabile di un treno in corsa, che arriva, si ferma per un attimo e poi riparte, lasciandoti sul binario con una valigia un po’ più pesante ma un cuore un po’ più saggio.

E, se volessimo essere onesti fino in fondo, dimmi: quante volte ti sei tormentato per cose ancora più piccole, più ridicole, più infinitesimali? Per un commento detto con leggerezza e percepito come giudizio? Per una serata in cui non eri al centro dell’attenzione? Per una foto venuta male, una frase fraintesa, per un like che non è arrivato? Quante volte hai barattato la tua serenità per una briciola di approvazione, per un segnale che nessuno era davvero obbligato a darti?

E allora sì, davvero, davvero: non ha importanza.
Non ne ha.

Perché tutto ciò che conta rimane, e tutto ciò che non conta cade via come polvere scossa da un mantello dopo la battaglia. La vita non aspetta, non rallenta, non si scusa. Ci trascina avanti come un fiume in piena, e noi possiamo aggrapparci ai rami che passano, oppure aprire le mani e lasciarci portare, ridendo come bambini che non hanno ancora imparato ad avere paura.

E forse è proprio questo il segreto: vivere abbastanza forte da non temere le perdite, e abbastanza leggero da non essere spezzato dai cambiamenti.

Perché alla fine della partita, quando si spegneranno le luci del teatro e la platea sarà vuota, l’unica domanda che avrà davvero senso sarà: ti sei divertito? Hai vissuto? Hai riso mentre il mondo bruciava? Hai scelto te stesso anche quando sarebbe stato più semplice scegliere il rimpianto?

Il resto… non ha importanza. E mai, davvero mai, ne avrà.