Nella memoria del nostro futuro

Il sentiero costeggiava il fiume come una vecchia riflessione che la terra non fosse mai riuscita a dimenticare: vi sono luoghi nei quali la natura sembra possedere un’intelligenza malinconica, e quel tratto di riva, in quell’ora incerta fra il tramonto e la notte, apparteneva certamente a tali luoghi. Gli olmi piegavano i rami sull’acqua scura con l’atteggiamento di antichi pensatori curvi sopra un segreto, e la corrente, lenta ma incessante, trascinava verso regioni invisibili foglie color rame che roteavano per qualche istante nei gorghi prima di sparire sotto l’ombra dei salici.

Il cielo aveva conservato a occidente una striscia di pallore dorato, simile all’ultima memoria di una regalità tramontata, ma sopra il fiume già si addensavano quelle nebbie premature che in autunno sorgono dall’acqua con una silenziosa ostinazione, velando il paesaggio non come un sipario, ma come un pensiero.

E io camminavo, senza meta precisa.

Vi sono ore nelle quali l’anima, oppressa da un’inquietudine che non saprebbe nominare, fugge istintivamente lontana da stanze illuminate, voci umane, e occupazioni abituali, cercando piuttosto rifugio accanto agli elementi eterni: il mare, le montagne, i boschi, o il lento fluire di un fiume. Così gli uomini antichi consultavano gli oracoli; non per ricevere risposte, ma per ascoltare più chiaramente il tumulto nascosto dentro sé stessi.

Fu allora che lo vidi.

Procedeva lungo il margine del sentiero con un passo tanto regolare da sembrare estraneo alla fatica. Non aveva l’andatura del viandante comune, né quella severa degli ecclesiastici che si compiacciono della propria austerità: vi era nel suo movimento qualcosa di remoto e quasi impersonale, come se il corpo obbedisse a un ritmo più vasto del semplice impulso umano. Indossava una tonaca scura stretta in vita da una corda scolorita, e portava sulle spalle un mantello la cui stoffa, corrosa dal tempo e dalle intemperie, assumeva qua e là il colore della cenere bagnata. Il capo era scoperto. I capelli, completamente bianchi, ricadevano fino al collo in ciocche sottili che il vento sollevava appena. Ma ciò che colpiva maggiormente erano le mani: mani singolarmente quiete, dalle dita lunghe e pallide, che stringevano un bastone d’ebano levigato dall’uso con la naturalezza di chi porta da molti anni lo stesso pensiero.

Mi superò senza voltarsi.

Eppure, quasi subito, ebbi la sensazione, assurda sebbene nettissima, che la sua presenza avesse modificato l’atmosfera stessa del luogo. Il fiume pareva scorrere più silenziosamente. La nebbia, addensandosi fra gli alberi, attenuava i contorni delle cose fino a renderle simili a ricordi. Perfino il rumore dei miei passi sulla ghiaia mi giungeva come da grande distanza. Accelerai inconsciamente il cammino. L’uomo non mostrò sorpresa nel sentire che lo raggiungevo. Anzi, continuò ad avanzare con gli occhi fissi davanti a sé, dove il sentiero si perdeva in una curva avvolta da vapori argentati.

Per alcuni minuti non parlammo.

A tratti il vento muoveva i canneti lungo la riva producendo un fruscio basso e intermittente, simile al bisbiglio di persone invisibili. Da qualche parte, lontano sull’altra sponda, un cane abbaiò una sola volta; poi il silenzio tornò a distendersi sul paesaggio con quella gravità particolare che appartiene alle sere d’autunno.

Infine il vecchio disse: “Gli uomini camminano sempre come se temessero di arrivare troppo tardi.

La sua voce possedeva un timbro sorprendentemente giovane. Non era profonda, né particolarmente forte, eppure sembrava penetrare nell’aria con la limpidezza di una campana udita attraverso la nebbia.

Forse perché il tempo non attende nessuno“, risposi quasi automaticamente.

Un lieve sorriso sfiorò il suo volto.

Ah… il tempo.

Pronunciò quella parola lentamente, come si pronuncia il nome di una persona conosciuta da molto tempo. Continuammo a camminare. Sotto i nostri piedi il terreno diventava più umido. Radici contorte emergevano qua e là dalla terra nera come membra di creature sepolte. L’acqua rifletteva gli ultimi chiarori del cielo in strisce spezzate che la corrente deformava incessantemente.

Guardate il fiume“, disse il monaco dopo un lungo silenzio.

Obbedii.

Che cosa vedete?
Dell’acqua che scorre.
No. Vedete soltanto il vostro modo di percepirla.

Mi voltai verso di lui. Egli teneva gli occhi rivolti alla corrente con quell’attenzione immobile che si osserva talvolta nei vecchi astronomi quando contemplano il cielo notturno.

Voi credete che il fiume proceda verso il mare“, proseguì, “perché siete costretto a seguirlo istante dopo istante. Ma immaginate di poter sollevare lo sguardo abbastanza in alto… tanto in alto da vedere simultaneamente la sorgente fra le montagne, le anse nei campi, i ponti delle città e infine la foce. Direste ancora che il fiume ‘va’ da qualche parte?

Non risposi subito: la domanda aveva qualcosa di puerile e insieme di profondamente inquietante.

Direi che esiste tutto insieme“, ammisi infine.
Precisamente.

Una nebbia più fitta scivolò sull’acqua. Per alcuni istanti il paesaggio sembrò dissolversi: gli alberi persero consistenza, il cielo scomparve, e rimanemmo come sospesi in uno spazio senza forma dove soltanto il rumore della corrente continuava a testimoniare l’esistenza del mondo.

Gli uomini hanno inventato il tempo per sopportare l’eternità“, continuò il monaco. Le sue parole non furono pronunciate con enfasi, ma caddero nel silenzio con la semplicità di qualcosa che non avesse bisogno di essere dimostrato.

Eppure“, replicai, “noi sentiamo il tempo. Lo vediamo consumare ogni cosa.
Vedete gli effetti del tempo, il mutamento. Non vedete il tempo.

Il vecchio abbassò lentamente il capo, quasi ascoltasse una voce proveniente dall’acqua stessa.

Le cattedrali si sgretolano, i volti invecchiano, le rose appassiscono… e gli uomini chiamano tutto ciò ‘tempo‘, come i bambini attribuiscono a una creatura invisibile i rumori della notte. Ma forse il tempo non è altro che la maniera in cui una mente limitata attraversa qualcosa di immobile.

Quelle parole produssero in me una sensazione singolare, simile a quella che si prova osservando troppo a lungo un cielo stellato: un misto di vertigine e attrazione. Il sentiero piegava ora vicino a un gruppo di salici: le loro lunghe fronde sfioravano l’acqua nera producendo cerchi che si allargavano lentamente nella corrente. La luna, ancora bassa, cominciava a sorgere dietro una cortina di vapori, e la sua luce lattiginosa trasformava il paesaggio in una visione quasi irreale.

Ditemi“, riprese il monaco, “avete mai avuto l’impressione che certi momenti della vostra vita fossero già accaduti?

Esitai. “Intendete un déjà-vu?
No. Qualcosa di più sottile. La sensazione improvvisa che un istante non vi appartenga interamente come novità… ma come ricordo.” La sua voce si abbassò. “…come se l’anima riconoscesse ciò che la mente incontra per la prima volta.

Il vento cessò. Per un attimo il fiume parve trattenere il respiro.

Forse“, dissi lentamente, “capita a tutti.
Sì, certo. Ma pochi vi prestano attenzione.

Il monaco sollevò lo sguardo verso la luna.

La sua luce cadeva sul volto del vecchio mettendone in risalto le rughe profonde, e tuttavia non vi era in lui alcuna impressione di decadenza. Sembrava piuttosto una di quelle statue antiche che il tempo consuma senza riuscire a privarle della loro autorità.

Gli uomini vivono persuasi che il futuro sia una regione inesistente verso la quale avanzano nel buio“, continuò, “e per questo hanno paura. Ma se il futuro fosse già presente, invisibile e completo, come il paesaggio nascosto dietro la nebbia?

Tacque. Dall’altra riva giunse il richiamo malinconico di un uccello notturno. Un merlo? Sarà stato un merlo.

Allora ogni scelta sarebbe già scritta“, osservai. Il vecchio sorrise appena. “Scritta… È una parola troppo rigida. Pensate piuttosto a una musica.” Rimasi in silenzio. “Una sinfonia esiste tutta insieme nello spartito“, proseguì, “eppure viene ascoltata nota dopo nota. L’ascoltatore vive il succedersi dei suoni; il compositore, invece, conosce simultaneamente il principio e la fine.

Continuammo a camminare. Le sue parole non avevano il carattere aggressivo delle teorie filosofiche. Non tentavano di convincere. Si insinuavano piuttosto nella mente lentamente, come la nebbia che saliva dal fiume, modificando impercettibilmente la forma delle cose.

Ma allora“, domandai dopo un poco, “a che serve il desiderio?

Il monaco si fermò accanto a un tronco abbattuto ricoperto di muschio. Sfiorò con le dita la corteccia umida. Sorrise.

Vi sono desideri che nascono dalla mancanza“, disse, “e desideri che nascono dal ricordo.

La frase mi parve oscura. Egli continuò: “Alcuni uomini inseguono ricchezze, amori, glorie, come mendicanti affamati davanti alle finestre illuminate di un banchetto. Altri, invece, avanzano verso le medesime cose con una strana serenità, come se nel profondo sapessero già di appartenervi.

Alzò lentamente gli occhi verso di me.

Avete mai osservato coloro che sembrano realizzare l’improbabile? Vi è spesso in essi una calma quasi irritante. Non agiscono come chi tenta disperatamente di ottenere qualcosa, ma come chi si limita a raggiungere un luogo che conosce da tempo.

La corrente urtava contro alcune pietre sommerse producendo un mormorio continuo e ipnotico.

E voi credete che quella certezza cambi il destino?
Credo che certe anime si muovano nel tempo con maggiore rapidità di altre.

Pronunciò quelle parole senza alterare il tono, ma io sentii distintamente un brivido corrermi lungo la schiena. La nebbia si era fatta così densa che il sentiero appariva ormai soltanto pochi passi davanti a noi. Camminare dava l’impressione di attraversare un sogno.

Guardate“, disse il monaco, indicando la luna riflessa nell’acqua. La corrente spezzava continuamente l’immagine argentea, eppure essa ricompariva integra a ogni istante. “La realtà esterna somiglia a quel riflesso. Gli uomini credono che sia stabile, e invece muta incessantemente secondo il movimento della coscienza che la osserva.
State parlando di immaginazione?
No. L’immaginazione è soltanto una porta.

Riprese il cammino.

Vi sono uomini che ricordano il proprio passato con tale intensità da restarne prigionieri per tutta la vita. Rivivono vecchie ferite, antiche umiliazioni, amori perduti… e il loro spirito rimane immobilizzato in ciò che non esiste più.

Si voltò appena verso di me.

…ma vi sono anche uomini capaci di ricordare il futuro.

Non aggiunse altro. E proprio quel silenzio, più delle parole stesse, rese la frase straordinariamente inquietante.