Lettura della Corona

Entro nella grotta come chi entra in un pensiero
non suo, ma antico, scavato nella pietra del mistero.
Le pareti respirano lente, come bestie addormentate,
e l’aria ha il sapore di parole mai pronunciate.

Ogni passo è un’eco che non mi appartiene,
ogni ombra sembra sapere da dove viene.
Eppure avanzo, come se fossi atteso,
come se il buio mi avesse già compreso.

Un lume lontano, o forse un riflesso,
mi invita a seguire un cammino sommesso.
E quando credo di essere solo davvero,
una vocio mi avvolge, sottile e severo:

«Chi sei tu, che varchi la soglia del niente?
Nome o ricordo? Corpo o mente?
»

Rispondo, ma la mia voce è incerta, quasi smarrita:
«Son ciò che resta d’una domanda infinita,
un passo nel vuoto, una fragile trama,
sono colui che ancora si chiama.
»

La voce tace, ma il silenzio pesa,
come una sentenza che non è ancora resa.
Poi l’aria si scioglie, e il cammino riprende,
come se il dubbio stesso mi difendesse e mi offende.

Proseguo più a fondo, nel ventre del tempo,
dove ogni secondo si piega in un lento sgomento.
Le pareti si stringono, poi tornano larghe,
come respiri di mondi in cui nulla si sparge.

E giungo infine a una porta scolpita,
non chiusa, non aperta, ma appena definita.
Non ha maniglia, né chiave visibile,
eppure la sento terribilmente accessibile.

La sfioro appena, e senza rumore
cede, come se aspettasse il mio errore.

Oltre la soglia non trovo la notte,
ma una luce vasta che tutto inghiotte.
Una libreria si apre, smisurata e silente,
più vasta del sogno, più antica del niente.

Si estende all’infinito in ogni direzione,
come se il mondo fosse una sua annotazione.
Scaffali infiniti, colonne di storie,
ogni libro un frammento di vite e memorie.

Quattro corridoi si aprono a croce,
come i punti cardinali d’una voce.
Si incontrano al centro, in una stanza rotonda,
dove il tempo si piega e la mente sprofonda.

Cammino lungo uno di essi, sospeso,
tra il timore di perdere e quello di essere compreso.
Ogni libro mi guarda, ogni dorso mi chiama,
ma nessuno pronuncia davvero il mio nome o la mia trama.

Giungo infine al cuore di quel labirinto,
dove ogni inizio è anche un indistinto.
Una stanza circolare, perfetta e muta,
come una domanda che mai si rifiuta.

Al centro, un leggio, antico e severo,
regge un libro grande come il pensiero intero.
Le pagine tremano, vive, inquiete,
come se respirassero segreti e mete.

Una figura è lì, o forse è un’ombra che osserva,
con occhi che il tempo non conserva.

E di nuovo la domanda, più lenta, più chiara:
«Chi sei tu, che giungi alla soglia più rara?
Sei scritto o scrivente? Sei fine o principio?
Sei errore del caso o eterno precipizio?
»

Sento il peso di ogni parola non detta,
e rispondo, come chi tenta una rotta imperfetta:
«Non sono che il passo tra ciò che diviene,
una voce che cerca ma mai trattiene,
sono l’eco di un nome che sfugge alla forma,
sono il dubbio che nasce e mai si trasforma.
»

La figura annuisce, o forse si inclina,
poi apre il libro con cura divina.
Sfoglia le pagine, lente, profonde,
come chi cerca tra infinite onde.

Ogni foglio sembra raccontare un volto,
ogni riga un destino mai del tutto raccolto.
Poi si ferma, mi guarda con occhio severo,
come chi pesa l’invisibile intero.

«Ti cerco tra segni, tra tracce e tra fili,
tra i nomi caduti e gli eterni esili,
ma dimmi, viandante, senza timore:
sei scritto nel libro o sei solo errore?
»

Rispondo, tremando, ma senza mentire:
«Se sono errore, allora è nel fallire
che trovo la forma, che trovo la via,
poiché nulla è più vero dell’ombra che sia.
Se sono scritto, non leggo la trama,
ma sento che qualcosa ancora mi chiama.
»

Un lungo silenzio, più vasto del mare,
avvolge la stanza senza più parlare.
Poi la figura, con gesto improvviso,
afferra dal libro un volume preciso.
Lo estrae come si estrae un destino,
come si strappa il tempo dal suo cammino.
E sollevandolo alto, verso l’ignoto,
lo offre al cielo, al vuoto più vuoto.

E allora accade ciò che non ha nome:
una mano discende, priva di forme,
e prende il libro, lo accoglie e lo cela,
come se il cielo stesso ne fosse la tela.

Un fremito passa tra gli scaffali infiniti,
come un respiro tra mondi smarriti.

La figura richiude il grande volume,
e l’aria si fa più densa, più greve, più brume.
Poi mi guarda, ma ora senza giudizio,
come chi ha concluso un antico supplizio.

E infine parla, con voce che pesa:
«Non ogni presenza merita attesa,
non ogni domanda riceve dimora,
e tu, che sei giunto, devi andar via ora.
»

Resto immobile, col cuore sospeso,
come chi ha trovato ma non ha compreso.

E rispondo, con voce più fievole, ma vera:
«Se devo andar via, dimmi almeno la sera
in cui tornerò, o se mai tornerò,
se questo cammino davvero finì o iniziò.
»

La figura sospira, o forse si spegne,
come una stella che più non si regge.

E replica, in rima, con tono distante:
«Chi cerca ritorni si perde all’istante,
chi chiede risposte smarrisce il sentiero,
poiché ogni ritorno è un nuovo mistero.
Non sei né atteso né qui trattenuto,
sei solo un passaggio, un varco vissuto.
»

Le luci si abbassano, il mondo si piega,
come una pagina che il tempo rinnega.
E senza capire se sogno o destino,
mi ritrovo già oltre, sul primo cammino.

La grotta è alle spalle, o forse davanti,
ma i passi ora suonano diversi, distanti.

Mi volto un istante, ma nulla rimane,
solo il silenzio di cose lontane.
Eppure qualcosa in me resta inciso,
non un ricordo, non un preciso avviso,
ma l’eco di una voce che ancora risuona:
«Chi sei?», e la domanda mai m’abbandona.