Il Gioco

Svuotando la casa dove il nonno aveva trascorso i suoi ultimi, crepuscolari anni, quella casa che pareva ancora sospesa in un respiro trattenuto, come le sue stanze attendessero un ultimo comando, mai avrei immaginato di scoprire, incastrata tra due assi sconnesse della vecchia veranda, una scatola sottile e lunga quanto un vassoio destinato a misteriose offerte rituali. Era di un legno scuro, nobile, levigato da mani che conoscevano la pazienza degli artigiani e l’ostinazione dei monaci; e quando la aprii, si concesse con un cigolio lento, quasi volesse confessare che quel momento lo stava aspettando da anni.

Dentro, avvolto in una tela color ocra, morbida come polvere antica, giaceva un manoscritto. Sulla copertina, incisa con una lama deliberata, una sola parola:

IL GIOCO

La calligrafia del nonno, quella stessa che ricordavo dalle sue lettere, fiera, inclinata, con un’aria da ufficiale che impartisce ordini al foglio, riempiva le pagine come un fiume che preme contro gli argini, vergata forse in una notte di febbrile lucidità o in un’alba di pericolosa sincerità. E così iniziai a leggere.

Al viandante che porta il mio sangue, tu che posi gli occhi su queste righe: sappi che in esse giace il resoconto delle mie partite, delle orbite e degli incanti in cui fui, per scelta o per capriccio del destino, trascinato. Non leggere oltre se non sei disposto a guardare dietro i veli del mondo.

E così continuai, quasi senza accorgermene, come se le parole esercitassero su di me la stessa corrente che descrivevano.

Il Gioco, ragazzo mio, non è un passatempo né una strategia: è una corrente. Alcuni la chiamano istinto, altri vanità, altri ancora destino. Io lo chiamo semplicemente il Gioco. Con gli amici, talvolta lo chiamavamo “il gioco della farfalla”, perché chi vi entra non cammina, bensì svolazza.

Il nonno proseguiva con una solennità che sembrava dilatare l’aria: “Nel mio tempo, ho visto uomini credere di dominarlo, salvo poi scoprire di essere stati solo pedine luccicanti. Ho visto altri, più rari, danzare in esso come se il mondo fosse loro eco. E ho visto creature splendide, insondabili, che misuravano ogni giocatore con uno sguardo: non per malizia, ma perché era così che il Gioco respirava. Il Gioco ha solo tre regole.

Qui la calligrafia si faceva più tremula, come se il ricordo stesso fosse un vento che scuoteva la mano del narratore.

Ogni giocatore cerca sempre la partita che sembra più interessante e adatta alle sue capacità tra quelle avviate. E’ legge antica quanto le costellazioni: nessuno gioca una partita che non percepisce come di valore, e nessuna partita può essere di valore a meno che il giocatore che la gioca sia percepito come più bravo a giocare. La seconda regola è che il valore di un giocatore non è ciò che egli proclama, ma bensì ciò che gli altri credono che gli altri credano. E’ un riflesso di riflessi, specchi che si guardano.

A margine, come un bisbiglio lanciato da un momento di chiarezza improvvisa, compariva un piccolo appunto: “Cammina con la stessa indifferenza davanti alla rosa e alla roccia, e chi ti osserva crederà che tu possieda giardini più belli.

Chissà cosa intendeva davvero con quell’appunto: forse un avvertimento, forse un’arte.

La terza regola è che il Gioco non perdona rivelazioni. Quando un giocatore mostra quanto gli importi vincere, il Gioco smette di credere in lui.

Girando la pagina, un foglio stropicciato, inserito come un messaggio infilato all’ultimo istante in una bottiglia lanciata al mare, catturò la mia attenzione. Conteneva un’aggiunta: “Ho detto che c’erano tre regole: ho mentito. Ve ne è in realtà una quarta, ma pochi sono i giocatori talmente capaci da rendersene conto. Molti credono che, una volta stabilito il proprio posto al Tavolo, la partita finisca. Illusi! E’ proprio a quel punto che iniziano le ardue prove. Gli altri giocatori, che siano splendide farfalle o astuti falchi poco importa, torneranno a sfiorarti, pungolarti, tastare il limite della tua calma. Vogliono sapere se la tua luce è vera, o solo riflessa.

Accanto, una nota scritta con un altro colore, come fosse stata aggiunta in un’ora più cupa o forse più onesta, recitava: “Hai vinto allora, ma sei ancora in grado di vincere? Hai smesso di giocare perché non ti interessa più, o perché non ne sei più capace?

Molto confuso da tutto ciò, continuai a sfogliare le pagine ingiallite. Troppi nomi, troppe partite, troppi racconti che risuonavano di echi lontani della mia infanzia, delle storie che il nonno ci aveva narrato davanti al camino, quando le ombre danzavano sulle pareti come presagi. Alcune delle partite si stagliavano come lampi, illuminate da una luce propria. Tra queste, colpì subito la mia attenzione una che lui la intitolava “La Partita della Terrazza”.

Ricordo una sera d’estate, su una terrazza sospesa sul mare come un altare. L’aria era dolce, intrisa di sale e di promesse appena sussurrate. Tra i presenti vi era un avversario il cui passo sembrava scandire la musica stessa del vento, una presenza così calibrata da rendere ogni movimento di chi gli stava accanto un gesto improvvisato. Molti lo rispettavano, e molti volevano sfidarlo, ma tutti fallivano, mostrando i denti della loro fame. Io non feci nulla. Sapevo che voleva giocare: nessuno si siede al Tavolo per altra ragione. E sapevo, con una certezza che non ammette esitazioni, che voleva giocare con me. Parlai con un vecchio marinaio della rotta delle stelle e della furia degli uragani, risi, oh se risi!, con il cameriere di una barzelletta che nemmeno ricordo più. Guardai il mare, lo ammirai con occhi avidi di meraviglia, troppo impegnati a contemplare quell’infinito perché vi fosse spazio per l’altro giocatore in attesa. Fu allora che, come attratto da un’increspatura invisibile, si sedette accanto a me. ‘Non ti annoio?’, chiesi. ‘Se mi annoiassi, non sarei venuta’, rispose.

A margine, con la calligrafia inconfondibile del nonno, un piccolo ammonimento: “Non correre verso la luce, cammina come se ne avessi una tua.

La pagina successiva era più consunta delle altre, segnata dal tempo e dai ripetuti sguardi del nonno. In cima, un solo pensiero: “La libertà è la vera moneta del Gioco“. Poi il racconto riprendeva, e le parole sembravano quasi vibrare di una tensione invisibile.

Tra tutte le partite del mio passato, ce n’è una che mi insegnò il segreto più silenzioso del Gioco: il potere di alzarsi dal Tavolo senza sbattere la sedia. Era una sera d’autunno, in una delle città le cui vie acciottolate serpeggiavano come vene sotto la pelle della notte. Le lanterne proiettavano ombre rosse sugli archi dei portoni, l’aria odorava di foglie umide e di parole non dette. Il mio avversario era una presenza elegante, brillante, una di quelle che sembrano camminare dentro un alone di luce. Le chiamavo così, allora: avversari, non persone. Così vedevo il mondo: un grande Tavolo, infiniti pezzi, e tra questi, io.

Camminavano lungo una via chiusa tra palazzi di pietra antica. L’avversario parlava con voce limpida, ma nelle sue parole il nonno cominciava a udire qualcosa: una curvatura sottile, un lieve disallineamento, un’orchestra che aveva iniziato a suonare con uno strumento scordato.

Non era colpa sua“, annotò. “Era la partita. A volte la partita cambia tono, proprio come un violino che durante un assolo perde una corda.

L’avversario iniziò a giocare facendo domande sempre più puntute, come lame avvolte nella seta. Non erano vere richieste, erano misure. Misuravano lui, le sue convinzioni, e soprattutto la disponibilità a rinnegare un frammento della sua natura pur di continuare la danza.

Non era una prova,” scrisse, “era un campanello.

Arrivarono a una piccola terrazza sopraelevata, dove la città sotto di loro si distendeva come una costellazione rovesciata. L’avversario si fermò, si voltò, e guardò il nonno con una luce negli occhi che voleva ottenere un passo preciso: un passo indietro costruito su un passo contro sé stesso. Un istante sottile, quasi invisibile. Un istante che il Gioco valuta più di mille mosse ostentate. Un istante che molti, nel Gioco, ignorano fino a smarrirsi.

Capivo che un’altra mossa avrebbe brillato agli occhi del Gioco. Capivo che acconsentire, cedere, adattarmi come acqua in un recipiente non mio mi avrebbe fatto sembrare più flessuoso, più accomodante, forse più vincente agli occhi della partita. Ma non era il mio recipiente. Non era il mio modo. E soprattutto, non erano i miei valori.

Seguì un silenzio lungo, un silenzio che pesava più di mille mosse. Dopodiché, il nonno fece ciò che quasi nessuno osa quando il Tavolo è ancora caldo e la partita sembra promettere splendori futuri: si voltò verso il parapetto, guardò la città distendersi sotto di lui, per poi tornare con calma verso l’avversario. Con voce ferma, gentile, disse semplicemente: “Bella partita, ma non è la mia.

L’avversario rimase immobile, un istante soltanto, come una figura di cera illuminata dal primo raggio di sole. Poi sorrise. Non un sorriso ferito. Non un sorriso trionfante. Ma un sorriso sorpreso, soddisfatto. Il nonno aveva vinto.

Non ti interessa sapere come sarebbe andata?“, chiese l’avversario.
Le partite migliori,” rispose il nonno, “sono quelle che posso giocare senza perdermi.

E senza fretta, senza teatralità, senza voltarsi di scatto né di scusa, fece la cosa più potente che un giocatore possa fare: se ne andò. Passò attraverso una porta socchiusa, scivolò lungo una scalinata immersa nelle ombre, e la rinchiuse con la grazia di chi sa di non infrangere nulla, ma di preservare sé stesso.

A margine, un’ultima annotazione: “Il Gioco segue chi sa andarsene, perché chi sa andarsene non è vincolato al Tavolo, ed è proprio questo che lo rende un vero giocatore.

Girando pagina, un piccolo foglietto cadde tra le mie mani. La calligrafia, nervosa, quasi febbrile, sembrava tremare sotto la pressione di un’emozione trattenuta da decenni: “Quella notte non vinsi nulla, ma per lo meno non persi me stesso.

Restai immobile a fissare quelle parole. Non erano un’ammissione di sconfitta, né un elogio di vittoria: erano la quieta verità del Gioco. Il nonno non scriveva per insegnare strategie, ma per trasmettere la sensazione di ciò che significa giocare davvero, senza perdere il proprio centro, la propria libertà. E mentre posavo gli occhi su quell’ultima frase, il senso di tutte le regole, delle partite, degli sguardi e dei silenzi si componeva come un mosaico nascosto: ogni gesto, ogni intenzione, ogni passo avanti o indietro aveva un peso nel Gioco, eppure nessuna mossa era mai completamente vincolante.

Alla fine del manoscritto, con la solennità di chi sa che il sapere è un fiume che scorre, e non un albero che si erge verso il cielo, il nonno concludeva:

Se hai trovato questo manoscritto, è perché il Gioco verrà anche a te.
Non cercare di dominarlo, non opportivi;
Osserva, respira, cammina con calma.
Non attirare farfalle, lascia che ti scoprano mentre osservi il cielo.
Chi gioca troppo scopre di essere solo un pezzo,
Chi gioca bene scopre che il Gioco è ovunque.
E chi smette di giocare… spesso vince senza accorgersene.

Chiusi il manoscritto, e per un istante la casa parve sospesa, trattenendo il respiro con me. Tutto il passato, tutte le partite, tutti i silenzi e i segreti del nonno aleggiavano ora intorno a me come fate luminose, invisibili ma presenti, come il vento che sibilava tra le assi della vecchia veranda. Il piccolo foglietto, con la sua verità nervosa, tremolava ancora nella mia memoria: “Quella notte non vinsi nulla, ma per lo meno non persi me stesso.

Fu allora che compresi: il Gioco non era fuori di me, in qualche terrazza, in qualche sguardo o in una partita ancora da disputare. Il Gioco era dentro, silenzioso e attento, una corrente invisibile che osserva, misura, sfida, e ricompensa solo chi ha il coraggio di muoversi secondo le proprie regole. Ogni passo, ogni sguardo, ogni silenzio aveva il suo peso, eppure nessuna mossa era mai definitiva. Il Gioco attendeva, pronto a chiamarmi, pronto a mostrarsi, pronto a giocare, qualora avessi avuto il coraggio di divertirmi davvero.