Un giorno, inevitabilmente, il velo dell’esistenza cadrà su ciascuno di noi, come la sera che discende, lenta e inesorabile, sul fervore di un giorno ormai trascorso. E’ destino comune, che lo si accolga con serena rassegnazione o con cieca ribellione: moriremo. Eppure, non è la morte in sé a destare il brivido dell’animo umano, bensì l’ombra del nulla che si suppone la segua, l’idea tremenda di svanire, di dissolversi nel silenzio arcano, come una parola non detta. Altri, invece, fortificati da una fede che trascende la carne e il tempo, attendono quel momento come il viandante che scorge la luce dell’alba dopo un lungo pellegrinaggio: non come una fine, ma piuttosto una soglia; non un tramonto, bensì l’inizio di un nuovo, misterioso capitolo dell’essere.
Tuttavia, non è mio intento dissertare sulla sacralità della morte, né sugli enigmi che ne circondano la soglia. Vi è un male più sottile, più diffuso, e assai più spaventoso della morte stessa: la pre-morte. È la condizione di chi, pur respirando, ha cessato di vivere; di chi, giorno dopo giorno, consuma il proprio tempo come una candela che arde senza fiamma. Fermatevi, vi prego, un istante soltanto: se oggi vi fosse concesso l’ultimo respiro, potreste dire d’aver vissuto davvero? O vi scoprireste a contare rimpianti, a ripercorrere scelte mai osate, parole mai dette, occasioni che la paura vi ha strappato dalle mani?
Quante vostre decisioni riconsiderereste?
E badate, non parlo di sogni lontani o desideri futuri, né di quelle promesse illusorie che l’uomo fa a sé stesso per giustificare la propria inerzia. No, io vi chiedo come vivete oggi, in questo preciso battito di tempo che vi è concesso. Siete felici? Siete presenti a voi stessi, o solo spettatori di un’esistenza che vi scorre accanto come un fiume che non sapete più attraversare? La verità è che la maggior parte di voi non vive, ma funziona. Si sveglia, lavora, consuma, dorme, e chiama tutto ciò “vita”: come ingranaggi ciechi in un meccanismo che non conosce volto né scopo, vi muovete per abitudine, senza memoria del perché. E il sistema, che non ha cuore né compassione, vi lascia girare, girare, finché l’usura non vi dissolve del tutto. Così si marcisce, non nel corpo, ma nell’anima, e nessuna tomba è più silenziosa di quella di uno spirito che ha smesso di desiderare.
Ditemi, dunque: dov’è la gioia nel vivere così? Potete davvero chiamarla vita, questa lenta agonia mascherata da dovere? O siete soltanto schiavi e, peggio ancora, troppo pavidi per confessarlo a voi stessi?
Vedete, io non condanno il lavoro, né la disciplina, né la fatica che costruisce. Sono anch’io, come tutti, figlio dell’impegno, e conosco il peso e l’onore dell’ambizione. Ma guai a chi fa del suo futuro il suo unico altare! Chi sacrifica l’oggi sull’altare del domani non vive: differisce la vita stessa, e così, giorno dopo giorno, diventa un fantasma che insegue il miraggio di un senso che non troverà. Perché non c’è futuro che valga il prezzo di un presente non vissuto.
Vi prego, guardatevi dentro. Osservate. Ritrovate l’avventura, quella che vi brucia dentro e che avete soffocato per paura di deviare dal sentiero. Andate dove non conoscete nessuno e nessuno conosce voi, lasciate che la curiosità vi guidi più della prudenza. Parlate a chi vi ispira timore, camminate nel buio dei boschi e ascoltate ciò che il silenzio vi sussurra; ridete con chi lavora accanto a voi, non perché dovete, ma perché potete. Fate qualcosa di inutile, e perciò stesso meravigliosamente necessario.
Vivete.
Vivete, per l’amor di Dio.
Non restate imprigionati dietro scrivanie o negli sterili corridoi delle vostre ambizioni, intenti a costruire un futuro che non vedrete mai. Perché, anche ammesso che vi riesca di raggiungerlo, se vi arriverete spogli di esperienze, vuoti di passioni, privi del calore che fa di un istante un ricordo, allora vi scoprirete poveri. E quel vuoto che sentirete dentro, quel sussurro che non tace, sarà la voce più sincera che abbiate mai udito: non avete vissuto abbastanza.
